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Retrahere: ritratti come sintesi/astrazioni estetiche della mente

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Nel suo notissimo Saggio sopra la pittura, pubblicato a Venezia nel 1784, Francesco Algarotti ricordava come “non basta che il pittore sappia delineare le più scelte forme, rivestirle de' più bei colori e bene comporle insieme, che [...] dia a' suoi personaggi di convenienti vestiti e di graziose positure; conviene ancora che sappia atteggiarli di dolore e di letizia, di temenza e d'ira, che scriva in certo modo sulla faccia loro ciò che pensano, ciò che sentono, che gli renda vivi e parlanti. E là veramente si esalta la pittura e diviene quasi maggiore di sé, dove sa fare intendere assai più di quello che si vede dipinto”.
Il termine ritratto deriva dal latino retractum, re-traho, che si accomuna a pro-traho, da cui il francese e l’inglese portrait. Letteralmente significa tirare indietro, ritirare, contrarre (da cui retrazione), ma anche l'azione di ‘tirar fuori’ (come extractum, da ex-trahere), di recuperare l'immagine interiore più connotante ed autentica della persona, quasi di portarla in vita con un atto procreativo o, meglio, di una levatrice. Già Leonardo da Vinci, del resto, diceva che gli occhi sono lo specchio dell'anima. La possibilità di conoscere il carattere e la psiche attraverso il ritratto, in età moderna e contemporanea, ha coinvolto la psicologia e la psicanalisi, ma anche ha trasformato il ritratto nella simbologia-sintesi della cultura (umanistica, scientifica, politica o economica che sia) rappresentata da quel determinato personaggio.
Così, le opere del pittore Davide Coroneo, eseguite tra il 2004 e il 2009, traggono formalmente il tema/titolo di I quarantanove ritratti dal volume I quarantanove racconti pubblicato da Ernest Hemingway nel 1938, nel quale ritroviamo tutte le tematiche care al grande scrittore americano. Racconti vari per soggetto e per stile, proprio come i ritratti di Coroneo sono mutevoli per rappresentazione e per stile-tecnica (figurazione classica, illustrazione, fumetto, fotografia, immagini digitali; tecnica ad olio o tecnica mista ad olio e collage), uniformati solamente (ma significativamente) dalla normalizzazione delle misure delle tele e delle cornici, tutte in ‘naturale’ legno di abete, ma rivestito con carta o altri materiali riciclati del consumismo industriale (come nella Pop Art e nel Nouveau Realisme neodadaista: si pensi alla plastica ‘a bolle’ per imballaggi), cornici che sono parte integrante del quadro stesso, così come lo erano le “cornici invase” di Mario Schifano.
Come ricorda l’autore stesso, “l'elemento comune è una ricerca sulla trasformazione che ogni immagine deve subire nel momento della sua riproduzione tecnica, sia questa la stampa [tradizionale] o la lavorazione su programmi di fotoritocco” digitale, rivelando in questo l'esperienza di Coroneo nel campo della grafica pubblicitaria ed editoriale. Indubbi, infatti, sono i collegamenti al mondo della grafica, del fumetto e della Pop Art americana (Robert Rauschenberg e Andy Warhol) e italiana (Mario Schifano).
Dagli omaggi ad artisti (come Piero di Cosimo, Raffaello e Tiziano, fino a Burri), scrittori (Étienne Dolet, Raffaele La Capria o Andrea Camilleri), attori (quali Totò) o registi cinematografici (Jim Sharman o Rainer Werner Fassbinder), si passa a quelli verso disegnatori del fumetto, dell'illustrazione e della grafica editoriale (come Milton Glaser, uno tra i maggiori grafici dell’età contemporanea, Sergio Toppi, John Alcorn, Jean Giraud, noto con gli pseudonimi di Moebius e di Gir, Tullio Pericoli o Andrea Pazienza), con una predilezione per i personaggi degli Anni Settanta.
Quadri solo apparentemente ‘algidi’ come è algida l’informatica, solo apparentemente ‘silenti’: essi parlano direttamente alla nostra mente e al nostro intelletto in questo nuovo universo digitale e globalizzato, cercano la matrice culturale interiore dei vari personaggi nei quali riflettersi, pensare, ricordare per non dimenticare. Silenzi costruttivi, come schivo e ‘silente’ è l’autore, che espressamente omaggia la comunicazione fatta di pause meditate, di riflessione senza clamore (pseudo non- comunicazione), richiamandosi ai temperamenti di Lucio Battisti, dello scrittore americano (e amico di Hemingway) Jerome David Salinger, dell’altro scrittore Thomas Ruggles Pynchon, di Mario Schifano, del comico Harpo Marx e dell’acrobata e comico Mac Ronay e alle teorie psicologiche dell’austriaco Paul Watzlawick, studioso della pragmatica della comunicazione umana.
Opere intellettualisticamente poetiche quelle di Davide Coroneo, studioso anche di paleografia (come testimonia il ritratto a Emanuele Casamassima), che ci immergono in un mondo di cultura contemporanea della quale i suoi quadri costituiscono una sorta di imago, una summa picta dalle motivazioni sofisticatamente ‘antiquarie’ e dai contenuti estetico-formali sapientemente postmoderni, filtrati da un cromatismo e da una matericità rutilanti che uniscono Pop Art, Neodadaismo, Transavanguardia e Postmoderno in una visione ‘omogeneizzata’ guidata dalla grande abilità tecnica, dal disegno unito alla gestualità, da una colta riflessione ed elaborazione interiore delle potenzialità digitali attraverso le quali si può manifestare per Coroneo – positivamente – la psiche umana.
Come Hemingway va letto perché racconta la vita e nulla di più, così queste opere di Coroneo vanno vedute perché sono una sintesi estetico-mentale e una metafora culturale della vita e ‘semplicemente’ nient’altro.


Giampaolo Trotta

24/10/2009